Il caso Collini

Squilla il telefono di casa.

Leggo un numero di cellulare, non ricordo chi sia (eppure mi pare di averlo già visto).

“Vinz, sono Giampiero! Stasera sul terzo canale c’è un bellissimo film, “Il caso Collini”, guardalo!!”

Sintonizzo la tv su Rai3 ed effettivamente, dopo qualche minuto di pubblicità, parte la sigla. Mi incuriosisco, comincio a fare una ricerca sul cell per capire di cosa si tratta.

La storia si svolte in Germania: un giovane avvocato, a pochi mesi dall’abilitazione, si trova ad essere nominato difensore d’ufficio nella difesa di un omicida, italiano. L’avvocato tenta un dialogo con il suo assistito, ma non riceve risposta. L’italiano si chiude in un ostinato silenzio che costringe l’avvocato a fare ben poco.
Come fai a difendere un uomo che non vuol parlare? Difficile, se non impossibile. Tuttavia…
A poche ore dalla sentenza, in cui si è certi di una condanna all’ergastolo, il giovane comincia a incuriosirsi e inizia una lunga ricerca sulla storia della vittima (che conosce bene perché nonno di un suo caro amico), e quindi anche sulla storia dell’italiano. La presidente del tribunale concede all’avvocato 4 giorni, che serviranno per tornare in Italia, a Montecatini Val di Cecina, in cerca dei luoghi ma soprattutto dei legami che si intrecciano tra l’italiano Fabrizio Collini, la vittima Hans Meyer e la ritirata nazifascista durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale.
Tornato in Germania, l’avvocato riesce a portare in aula non solo la testimonianza di un vecchio amico di Collini, che illustrerà ai presenti chi era veramente Hans Meyer e cosa è successo nel paese nel 1944, ma anche un profondo confronto con il suo professore e mentore (nonché avvocato dell’accusa) circa una legge tedesca del 1968 sui criminali nazisti e la loro impunibilità. Collini, commosso nel rivedere l’amico italiano, ringrazia l’avvocato, lasciando l’aula pronunciando una frase seria: “I morti non vogliono vendetta, solo i vivi la vogliono”.
Il film si conclude nella giornata successiva, quando la presidente del tribunale, nel riprendere l’udienza, comunica il suicidio di Collini e proclama il non luogo a procedere nei suoi confronti.

La pellicola, comunque, riprende un best seller uscito nel 2011, scritto da Ferdinand von Schirach. Che, in un’intervista apparsa qualche anno dopo l’uscita del volume, svela i retroscena che lo hanno portato a scrivere quel soggetto: il nonno dello scrittore, Baldur von Schirach, fu uno dei fondatori della Gioventù hitleriana e governatore nazista di Vienna. Al Processo di Norimberga, fu condannato a vent’anni di carcere per la deportazione di 185mila ebrei austriaci ma non ammise mai i crimini commessi.

Con questo romanzo von Schirac ha deciso di portare a conoscenza dell’opinione pubblica, mettendosi in gioco in prima persona,  le responsabilità individuali e collettive, la distanza tra legge e giustizia, la “questione della colpa”, il concetto di “Vergangenheitsbewaeltigung”, ovvero fare i conti con il proprio passato.

In un’intervista concessa a Die Zeit, lo scrittore ha spiegato in questo modo le sue motivazioni: “Ho sentito la necessità di scrivere finalmente qualcosa di me in relazione al nazionalsocialismo, o più precisamente, sul modo in cui la Repubblica Federale ha fatto i conti con il proprio passato. Se cresci con un cognome come il mio, fin dall’età della ragione, devi porre a te stesso alcune basilari domande e trovare altrettante basilari risposte con cui convivere. Questo è ciò che ho fatto: è una mia precisa responsabilità.

Il riferimento riporta alla legge Dreher, entrata in vigore il 1° Ottobre 1968, che andava a modificare il codice penale tedesco, producendo la prescrizione della maggior parte dei processi in corso contro i criminali nazisti. Una vera e propria amnistia! Che permise al “boia di Genova” Friedrich Engel, l’ex capo delle SS accusato di numerosi eccidi di civili in Italia durante la Seconda guerra mondiale, di vivere praticamente indisturbato per oltre 50 anni, in attesa di un giudizio che arrivò solo nel 2002, quando ormai ultra 90enne, non potè scontare la pena inflitta.

Decisamente, un tema quanto mai attuale e che investe ancora oggi la nostra civiltà.

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