Ciao Presidente

Ieri il nostro Presidente della Repubblica ci ha salutato per l’ultima volta. Tra pochi giorni finirà il suo settennato.

Per molti, per tantissime persone, Mattarella sarà ricordato per essere uno dei presidenti più amati nella storia della Repubblica, secondo solo a Pertini, ed io condivido a pieno questo sentimento.

Perché? Leggete il testo integrale del suo discorso e capirete la grandezza e l’umanità di quest’uomo!

L’ultimo messaggio agli italiani del Capo dello Stato, che conclude il suo mandato il prossimo 3 febbraio

Care concittadine, cari concittadini,
ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione. Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente. L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché, alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale.
Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze.
Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi.

I due anni di pandemia. In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite. Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia. Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità, l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo. I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati. In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus – imprevedibili nelle mutevoli configurazioni – si avverte talvolta un senso di frustrazione. Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto. I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri. Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso. Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino? La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla. I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto – la pericolosità della malattia. Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni. La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà, esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi. Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza – ci siamo avviati sulla strada della ripartenza; con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei. Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo. Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale.
Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro. Le donne vittime di violenza. Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone. Il volto reale di una Repubblica unita e solidale. È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica.

La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale. Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale. Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini. Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino. Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica. Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore. Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale. È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini. E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica. Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare. Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni. La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio.

Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati. Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società. Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale. L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi.

Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario – si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova. I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani. Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società. Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”. Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo. Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia.
Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi.
Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria. Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia. L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.
Buon anno a tutti voi!
E alla nostra Italia!

Tanti auguri Presidente! E grazie per tutto ciò che ha fatto per noi.

(fonte: Open https://www.open.online/2021/12/31/mattarella-discorso-fine-anno-2021-testo-integrale/)

Grazie a tutti

Alla fine, è andata.
Voglio ringraziare pubblicamente tutti coloro che domenica 4 sono venuti a votare in sede, per il rinnovo del consiglio di sezione della VAB Larciano. Il risultato è stato straordinario per me: su 15 votanti, 12 preferenze. Per me, un grandissimo traguardo!
Voglio ringraziare anche coloro che non sono venuti (volutamente): ci vuole “coraggio” per rimanere a casa e non venire a portare il proprio contributo ad una causa comune. Evidentemente, quelle stanze non sono più di vostro agio. Ma la colpa, signori, è vostra, non mia. Avete dimostrato, ancora una volta, che non siete maturi. Peggio dei bimbi dell’asilo nido, inventate reati e accusate il sottoscritto dei più atroci ed efferati delitti di lesa maestà. Continuando ad incolpare me, quando dovreste solo farvi un bell’esame di coscienza, ammesso che ne abbiate una, e capire i vostri errori. Ho tentato di dirvelo in più occasioni, ma non mi avete voluto ascoltare, accecati dalla vostra bramosia di superiorità, dalla vostra superbia e dalla voglia di dominazione. Neanche fossimo in gara per la sopravvivenza della razza umana!!
E l’immaturità la state dimostrando tuttora, con le ripicche, abbandonando la nave, proprio adesso che c’è un nuovo gruppo al comando. E perché? Semplice: non avendo più l’appoggio del vecchio comandante, non avreste più campo libero per i vostri comodi. Sempre per quella strana teoria, tutta vostra, che uno spazio comune debba essere l’estensione del vostro salotto di casa. E con l’ostinazione di applicare queste regole a tutti, perché stanno bene a voi e gli altri amen. Non c’è che dire, una bella dimostrazione di maturità!
Se c’è un gruppo, ci deve essere trasparenza, e non club privati.
Se c’è un gruppo, bisognerebbe fare squadra, e non capannelli e clan di odalische e vassalli.
Coinvolgere tutti, invece di escludere il maggior numero.
Ecco la grossa, grossa differenza tra me e voi: due concezioni di vivere il volontariato.
Basterebbe semplicemente una cosa, banale se vogliamo: dovreste accettare le regole. Se vuoi guidare, devi prendere la patente e non superare i limiti. Se vuoi fare il volontario, devi rispettare le regole di buon senso e di civiltà, per il vivere comune e un obiettivo comune… eppure, pare che non abbiate voglia di tutto questo!
Concludo questo mio pensiero personale con una riflessione: alla luce di tutto quello che è successo, degli attriti, delle voci diffamatorie e calunnianti, delle mie presunte inidoneità per cariche apicali (non sarei idoneo a fare il coordinatore perché non ho una qualifica operativa, nonostante in nessun atto ufficiale, in nessun statuto o regolamento vi è menzionata questa limitazione)… ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto e mi hanno dato così tanta fiducia e comunico loro che ho deciso di fare un passo indietro, rimanendo perciò un semplice segretario e tesoriere. Oggettivamente, un coordinatore ha bisogno anche di conoscere modalità di azione che io, purtroppo, non ho mai acquisito, avendo fatto il “burocrate” praticamente da sempre. Ma soprattutto, se già il fatto che io sia di nuovo nel consiglio di sezione ha continuato a scatenare reazioni avverse, temo che pormi al vertice potrebbe avere effetti ancora più deleteri. Sempre perché troppo spesso c’è da confrontarsi con persone che non hanno voglia di una mediazione, ma solo di sopraffazione e dominio.
Rimango nel consiglio, rimango e continuo nella mia opera di burocrate.
Grazie ancora per il sostegno che mi avete dimostrato con tutti quei voti, continuerò e proseguirò il mio progetto FIRTS (fiducia, informazione, rispetto, trasparenza, serietà), perché sono dell’idea che sia necessario e importante, e spero di poter contare sul vostro sostegno anche in futuro. Perché VAB Larciano ha ancora bisogno del supporto di tutti.
PS: se per caso, tra i miei contatti su Facebook, qualcuno si sente chiamato in causa, sì, è proprio così. Ma siccome si dice il peccato e non il peccatore, ho omesso di far nomi e cognomi. Poi, se vi va, ne possiamo parlare il martedì sera in sede… se avete ancora voglia di un confronto serio e maturo, ovviamente!

Ohibò 2021

Sei mesi. Maremma gatta, come vola il tempo!!

Un tempo strano, a volte sospeso, a volte velocissimo.

La pandemia mi ha stravolto. Alcune consuetudini sono saltate, altre sono rimaste pressoché le stesse.

Però, mi sono dimenticato del mio blog per ben 6 mesi!! Non mi era mai successo, di dimenticarmelo per così tanto tempo!!

Un po’ come per quel libro che hai sul comodino, che ti riprometti di iniziare a leggere, che è lì che ti “guarda” come per dire “oh, ma io?”…

Ma tu, distratto, lo guardi, ti riprometti di iniziarlo, ma puntualmente te ne dimentichi. O, inconsciamente, non lo vuoi leggere. Chissà!

Impegni. Impegni. Giornate che scorrono, a volte con la lentezza di una tartaruga. Altre che volano via come soffiate da un vento impetuoso, che scompiglia capelli, abiti, pensieri.

Ti soffermi un attimo, alzi lo sguardo: il cielo è plumbeo, forse arriverà un temporale. Senti l’umidità nell’aria.

Vai a letto. Inizia a piovere. Il gocciolio delle grondaie non ti fa dormire. Un lampo, un tuono. Sarà di nuovo una lunga notte.

Lei è ancora lì, pronta ad assalirti al collo. Ti opprime, ti stringe. I polmoni si gonfiano d’aria, ma non puoi resisterle.

Il mattino, di nuovo, ancora. Un altro giorno. Uno dopo l’altro.

Siamo a metà 2021. Non sembra vero. Non sembra reale!

Soluzione alla pandemia

Tutti che frignate perché non potete sciare.

Tutti che frignate perché non potete fare gli aperitivi o le feste.

Tutti che frignate perché non potete andare nelle seconde-terze-quarte case, intestate alla nonna 90enne per evitare le tasse.

Tutti che frignate perché vi hanno chiesto di fare meno gruppo per evitare la proliferazione del virus.

Secondo me, allora, ci vorrebbe una soluzione molto molto semplice. Facciamo come in Cina.

Stiamo chiusi in casa fino a nuovo ordine, l’esercito ti passa il rancio ogni giorno, se metti il naso fuori di casa prima sparano e poi chiedono cosa vuoi, nessuno ora brontolare, tutti zitti fino a ordine diverso. Niente gite, niente scuola in presenza, niente di niente, se non la reclusione forzata in casa.

Stop.

Così evitiamo un bel po’ di problemi con gli spostamenti, evitiamo che dei ladri facciano la cresta sui rimborsi, evitiamo che le aziende nascano dal nulla solo per fregare soldi pubblici, evitiamo assembramenti, evitiamo un bel po’ di problemi.

Soprattutto, eviteremmo che una massa di idioti continui a scrivere stronzate su tutto, incapaci di una minima empatia verso una situazione di emergenza, dove si chiede un dovere civico.

Vi meritate non solo l’asteroide, ma pure il disprezzo, che rigurgitate senza un rimorso di coscienza nelle vostre insulse bacheche.

Pandemia & senso civico

Ho trovato questo pensiero sulla bacheca di un’amica su Facebook.

Lo trovo estremamente lucido. E ne condivido ogni singola parola!

C’è una pandemia che ha fatto quasi 1,2 milioni di morti nel mondo e viaggia al ritmo di 400 mila nuovi casi al giorno. È un virus che era sconosciuto fino a 8 mesi fa. Sin da subito, gli esperti (quelli veri) ci hanno informati che per un vaccino ci sarebbero voluti almeno 24 mesi, se non di più.
Allora c’è stata chiesta responsabilità ma molti se ne sono fregati.
C’è stato chiesto di passare un’estate più sobria, evitando spostamenti all’estero, ma molti se ne sono fregati.
C’è stato chiesto di evitare movide e assembramenti come fossimo al concerto dei Pink Floyd, e molti se ne sono fregati.
I fenomeni del web, i laureati della vita, i leoni da tastiera, i no mask, i no niente, li abbiamo visti deridere chi andava in giro con la mascherina pur non avendone l’obbligo, li abbiamo visti in piazza a sbraitare contro chi voleva proteggere la salute dei più deboli.
Ora, gli stessi chiedono cosa abbia fatto il governo per evitare una seconda ondata.
La seconda ondata era certa, i virus funzionano così, in Europa siamo ancora tra i paesi con il numero più basso di contagiati (In Francia si superano i 45 mila casi al giorno); quindi mi chiedo cosa caxxo avevate in testa VOI, che ridevate ammassati in discoteca, che riempivate le spiagge di Ibiza e Barcellona, che vi affollavate fuori tutti i locali della movida italiana.
La categoria dei ‘coglioni a prescindere’, dei ‘voglio e non do nulla’, dei ‘tanto è sempre colpa degli altri’ è la peggiore categoria di esseri umani che conosca, quella che viene attirata dai politici che tra un selfie e un panino, cavalcano ogni mal di pancia, infischiandosene del bene comune.
Ora ci attende un secondo inverno in cui dovremo fare dei sacrifici, alcuni dei quali grazie anche a voi.
Cercate pure il colpevole. L’autunno. Conte. Si sottovaluta il parere dei virologia per ascoltare le scemenze dell’imbecille di turno. Si pretendono le mascherine, i test, i tamponi, le cure. I diritti. Mentre con i doveri si gioca a nascondino e si va in giro con il naso di fuori. Mah…

Già… mah!!

OpenFiber-Tim: che si fa?

In questa strana estate 2020, seguo con particolare interesse la vicenda OpenFiber-Tim.

La seguo per svariati interessi, primo fra tutti capire se e quando in Italia avremo una fibra ottica al posto del rame.

Tim è un pachiderma, che mangia tutti i mesi perché ha il monopolio di fatto della rete “ultimo miglio”, ovvero la rete che arriva nelle case degli italiani, soprattutto quella col vecchio doppino di rame. Tecnologia pre-dinosauri!!

Sulla spinta di ammodernamento, qualche anno fa Enel e Cassa Depositi e Prestiti crearono una società, OpenFiber, con l’obiettivo di sviluppare una rete nazionale in fibra ottica e portare questa tecnologia a tutti, soprattutto nei cluster C e D, ovvero le cosiddette aree “grigie” e “nere”, dove nessuna società aveva mai investito per sviluppare una rete a banda larga o ultralarga. Con il piano BUL vennero organizzati dei bandi di gara, vinti quasi tutti da OF, che quindi si mise in moto per portare la fibra a casa degli italiani.

Devo dire che, all’inizio, ero speranzoso che, di lì a breve, anche da me arrivasse questa tecnologia… provate voi ad avere un collegamento su rame di oltre 5 km, con dispersione di segnale come un acquedotto senza manutenzione, arrivando a navigare a 2,7 Mbps!! Molti di voi rideranno, ma questo è il massimo che la tecnologia Tim mi offre!

Poi, col tempo, ho cominciato ad essere sempre meno fiducioso. Per tanti svariati motivi. E, spulciando spulciando, il nocciolo della questione è sempre uno: Tim, monopolista di fatto della rete, non ha nessuna intenzione di investire un singolo euro sulla rete di rame, tanto ci guadagna sempre ogni mese, per ogni utente che paga il canone mensile!

Ma allora, noi poveri disgraziati che viviamo in condizioni anteguerra, che non abbiamo altro che i cavi in rame su pali (tratta aerea), siamo destinati a rimanere così sine die?

Qualcosa si è mosso un paio di anni fa, quando Tim, sulla spinta di OF, ha iniziato a portare un po’ di fibra… bello sforzo! Il mio cabinet, l’armadio ripartilinea, è a 3 km. Lì per lì, mi son detto, vorrà dire che arriverò ad avere una velocità di almeno 20 Mbps… illuso!! No, peggio!! La velocità di collegamento rimane inversamente proporzionale alla distanza, ma se a cose normali con 5 km di cavo in rame viaggio a 2 Mbps, con la tecnologia FTTC non viaggio per nulla!! Tutta la velocità si perde nel primo km di distanza! Ergo, una bella presa per i fondelli da parte di Tim. Per non parlare, poi, della guerra telefonica dei gestori, che chiamano in ogni momento sul numero fisso, per proporti l’ennesima offerta FTTC, e tutte le volte io mi perdo a spiegare che non avrò MAI un briciolo di velocità perché il cabinet è troppo lontano e la portante si perde dopo 900 metri… A nulla vale l’iscrizione al Registro delle Opposizioni, le società fanno orecchie da mercante e ti tampinano ogni giorno o quasi.

Sorvolo sull’ipotesi FWA, ovvero l’utilizzo di antenne (una via di mezzo tra il vecchio WiMax e LTE mobile) al posto del cavo. Non la trovo ottimale per me. Un po’ meglio con i router 4G, però…

Per cui, visto che dovrò rassegnarmi ad essere cittadino di serie Z per quanto riguarda le connessioni internet, voglio capire perché…

Dal mio punto di vista, l’antitrust e l’AgCom dovrebbero operare insieme, spingendo Tim a scorporare la rete in rame e la rete fino alle centrali telefoniche, e insieme a queste ultime creare una società, che in un secondo momento dovrebbe essere fusa con OF. Una società, quindi, “wholesale only”, ossia che rivenda solo all’ingrosso, senza essere operatore commerciale. E soprattutto, tolta dal controllo di Tim! A quel punto la “super OF” sarebbe sganciata dal mercato retail, quello di noi consumatori, e potrebbe dedicarsi all’ammodernamento della rete, magari andando progressivamente a sostituire il vecchio rame con la fibra ottica, portando così vera innovazione a tutti!! La fibra non risente dei problemi di dispersione di segnale dovuti alla distanza, così come non risente di problematiche ambientali o inquinamenti elettromagnetici e perciò può essere portata dappertutto. Ma per fare ciò occorre investire, occorre la volontà di ammodernamento: due requisiti che Tim non ha, dato il debito che la opprime e la voglia di operare soprattutto nelle zone a più alto valore commerciale.

Fino a che la querelle non sarà risolta, ci saranno zone d’Italia che viaggeranno a 1 Gbps, felici e allegri di vedersi film in streaming in 4K, di farsi videochiamate senza disturbi o problemi… e poi ci saranno zone dove per vedere un video a 720p su YouTube ci sarà da pregare in ostrogoto antico, evocare lo spirito di Meucci e aspettare il buffering.

Il tutto, quasi fosse una barzelletta, in un contesto pandemico che ci costringe a limitare i rapporti interpersonali e che spinge al telelavoro. Provate voi a lavorare a 2Mbps…

Epistola a Tiberio

“Chi ha voluto la morte di Gesù di Nazareth? Pilato, Procuratore della Giudea? Il Sinedrio, insieme alla folla dei Giudei? Oppure, Giuda Iscariota, l’uomo che lo ha materialmente tradito?” Troverete questo, in ultima pagina di copertina, in una breve sinossi del libro.

Marco Calpurnio Pisone, legato imperiale, deve recarsi in Palestina perché l’eco di questo Nazareno è arrivato fino all’imperatore Tiberio. Ed è proprio l’imperatore che incarica Pisone di fare luce, di svolgere un’indagine seria e scrupolosa su cosa sia successo.

E Pisone svolge un’inchiesta. Metodica, scrupolosa, a volte rischiosa, fino ad arrivare ad una verità così sconvolgente e allo stesso tempo così impossibile.

Renato Miradoli riesce a cogliere la curiosità del lettore, senza troppe divagazioni, anzi con un crescendo di colpi di scena e instillando una sopraffina curiosità che vi terrà incollati al libro, bramosi di arrivare alla fine.

Non solo: lo stile linguistico usato da Miradoli ci fa catapultare nel I secolo d.C., come se stessimo leggendo ciò che Pisone ha scritto da poco.

Assolutamente da leggere!!