Ipocrisia

Dal web

– Generale Vannacci?
– Sì?
– Volevo solo dirle che per me non c’è nessun problema.
– In che senso?
– Che a me va bene. Che son tranquillissimo su sta cosa.
– Quale cosa?
– Che è di destra.
– Quindi?
– Quindi niente, niente di niente. Appunto per ribadire che non c’è problema.
– Spero bene che non ci sia nessun problema.
– Ma infatti. Anzi io sono contento che lei sia di destra. Pensi che io c’ho pure un sacco di amici di destra.
– Cosa c’entra?
– No, per dire. Cioè frequento ambienti di destra. Locali di destra. Il migliore amico della mia ragazza è di destra.
– Buon per lei.
– Senta.
– Eh.
– Ma come l’ha scoperto?
– Cosa?
– Di essere di destra. Cioè, un giorno si è svegliato e ha capito che era diventato di destra?
– Non si diventa di destra. Si nasce così.
– Ah, ma certo, certo. E i suoi cosa dicono?
– I miei?
– I suoi genitori. Del fatto che è di destra. Come l’hanno presa?
– Bene. Come la dovevano prendere?
– Non lo so, tanti genitori s’incazzano.
– No, no, in famiglia hanno tutti capito.
– E questo è molto bello. Comunque, se posso, si vedeva.
– Prego?
– Anche prima che fondasse il partito. Si vedeva che era di destra.
– Da che?
– Ma lo sa, le solite cose. Gli atteggiamenti, il modo di parlare, di vestire, di muovere le mani.
– Muovo le mani in modo strano?
– No, no, non strano. Di destra. Non mi guardi così, lo sa cosa intendo. Ci sono quelli che lo sono ma non sembrano mica di destra, tipo Mentana. E poi c’è lei. Con quella faccia, il passo, gli anfibi, le felpe.
– Non sono a mio agio con questa conversazione.
– Ma io mica volevo offenderla, eh. A me voi di destra state simpaticissimi. Avete una sensibilità diversa, tutto qui. Particolare. E poi oh, sa che le dico? Tanto meglio se lei è di destra, più libri per noialtri, ahaha.
– Sì, va bene, sono di destra. Però sono anche altre cose.
– Tipo?
– Tipo un generale. Perché ride?
– No, mi scusi. È che lei mi dice tutto serio che è anche altre cose oltre che di destra e poi se ne viene fuori col lavoro più di destra di tutti: il militare, il parà. Magari le piacciono pure i macchinoni, la caccia, Braveheart, Putin, Ghisberto, l’ordine, la disciplina…
– Be’, un po’.
– Lo vede? Ce l’ha una camicia nera?
– No.
– Da uomo di destra dovrebbe avere una camicia nera.
– Ascolti, giusto nei film dei Vanzina quelli di destra son fascisti. Nella realtà no.
– Dica “camerata”.
– Son cinquant’anni che nessuno dice più camerata.
– Però a Atreju ci va?
– No, non ci vado a Atreju.
– A Predappio!
– Neanche.
– Ma è la festa vostra! Deve andarci! È fatta apposta! Tutti vestiti buffi a cantare, a fare i matti! Se non ci va che uomo di destra è?
– …
– Posso farle solo un’altra domanda?
– Sentiamo.
– In una coppia di destrorsi, chi dei due fa il sovranista e chi il reazionario?
– …
– O vi date i turni?
– No, guardi…
– E come risponde a chi afferma che le persone di destra non dovrebbero adottare?
– Perché?
– Dicono che è un rischio. Che un figlio non può avere due genitori di destra. Che poi così cresce sicuro di destra.
– Andiamo, è una sciocchezza, lo sa pure lei. Si vergogni.
– Eccolo qua, l’isterismo destrorso. L’atteggiamento da fascio!
– Eh no! Fascio è una bruttissima parola!
– E mamma mia. Lo intendevo con simpatia, con affetto. Non vi si può dir niente, però. Ogni volta che uno prova a fare un discorso un po’ critico, gli saltate subito addosso. Mentre voi potete sempre dire quello che volete, vero? Lo ammetta, è la lobby conservatrice che vi tutela?
– Non c’è nessuna lobby conservatrice.
– E allora com’è che ogni volta che accendo la televisione becco uno di destra che sta parlando?
– Per cortesia. Si rende conto che sta dicendo un sacco di scemenze? Che sono stereotipi usati e abusati con scopi politici da individui senza morale per alimentare odio e discriminazione nei confronti di una minoranza?
– Io sì, e lei?

Chissà se qualche destropiteco si riconoscerà in questa conversazione…

Buon compleanno Luca!!

Stamattina, mi sono soffermato sul calendario. 29 aprile. Il tuo compleanno!

Sei arrivato a 50, dopo Alessandro, prima di me. Noi tre, amici dai tempi delle scuole medie, i tre dell’ultimo banco, il primo giorno di scuola, me lo ricordo ancora abbastanza bene, nonostante siano passati quasi 40 anni. Tu eri già arrivato, poi entrai io e mi misi a sedere a fianco a te e poi arrivò Ale, che al tempo aveva gli occhiali correttivi.

Abbiamo passato le medie insieme, studiando insieme, ma anche a bischereggiare, con te che facevi un po’ la parte dello scapestrato, i tuoi avevano un tenore di vita medio alto e ti potevi permettere giochi, il Commodore, finanche il motorino! Memorabile quella nostra prova su Via Stradella, il Sì che si pianta e all’altro ci ammazziamo!! E poi le nostre avventure alle superiori, tu al Sismondi per tentare di prendere un diploma, il al Marchi per tentare di capire di più dei computer che stavano iniziando ad affacciarsi nelle nostre realtà.

Poi tutto si è fermato, da quel maledetto incidente. Quel maledetto pomeriggio e quella maledetta moto, che tu hai voluto provare a tutti i costi, senza casco. Quella mancanza è stata fatale. Il tuo babbo e la tua mamma si sono prodigati tanto per starti vicino… la tua mamma… che ora ti guarda crescere da lassù…

Tutto si è fermato in quel giorno: ti sei fermato anche tu, hai deciso di prenderti una lunga, lunga pausa da tutti noi… ci siamo visti qualche volta quando ti portavo a fare riabilitazione a Cisanello, nei primi anni 2000, ti siamo venuti a trovare  anche a casa, ci “parlavi” con i tuoi occhi spalancati, come a voler pronunciare parole che però non siamo mai stati capaci di sentire… poi io ho abbandonato quel mondo e le nostre strade si sono divise.

Eppure, passare ogni volta davanti al cancello di casa tua è come tornare indietro a quelle estati del 1988. Un’immagine statica, nella mente, che non invecchia.

Auguri Luca. Auguri per questo piccolo traguardo.

Ma gli auguri sono soprattutto che un giorno, quando vorrai, premerai di nuovo il tasto Play e riprenderai la routine di questa vita. E se vorrai, saremo di nuovo lì, con te, a bischereggiare, come abbiamo fatto tanti anni fa, nella tua grande casa, in quelle giornate soleggiate e allegre.

Nel paese di Oroskia 2 – La punizione

Era una giornata di primavera, soleggiata ma ventosa, quella che mi portò a Oroskìa, per degli affari che avevo lasciato fermi con il mio amico Padre Brown. Presentai il mio passaporto, le guardie mi fecero entrare, ma subito un brusio e un vociare mi portarono da un lato della piazza principale del paese.

Il Bifronte aveva fatto installare una ghigliottina!

Anche in queste lande desolate la macchina della morte aveva preso campo, tra una certa festante ilarità tra i leccaterga. Non vi nascondo che, in un primo momento, rimasi di stucco: cosa mai ci sarebbe stato da festeggiare per uno strumento di morte? Per noi, un abominio. Ma la cultura di Oroskìa è strana, non la si può inquadrare nelle nostre concezioni moderne, va da sé perciò non meravigliarsi più di tanto se il popolo festeggia per l’arrivo di una ghigliottina che il loro imperatore ha voluto nella piazza principale!

Ordunque, mi diressi nella folla verso un gruppetto di persone vicino al marchingegno, che riconobbi subito essere l’Orbo, il fedele assistente del Bifronte, insieme al Fumarolo, un mercante che ha saputo ingraziarsi il sovrano con un fiume di denaro, la Regina dei Telai, una ricca imprenditrice tessile, tutti insieme con il Peritus, l’altro assistente del Bifronte. Insieme a loro era arrivato anche Padre Ralf, il canonico di una piccola cappella in prossimità del castello. Mi avvicinai a quest’ultimo, chiedendo spiegazioni di quello che a me, forestiero, appariva davvero strano e, per certi versi, preoccupante.

Padre Ralf mi squadrò, come al solito, con il suo sguardo a metà tra il disprezzo e l’indifferenza, dicendomi che “finalmente il Bifronte, sua Eccellentissima e Onorevolissima Beatitudine, Gaudio per tutti noi suoi umili e devoti servitori, ci ha finalmente donato uno strumento moderno che ci aiuterà a dare la giusta punizione per i crimini di cui la gente si macchia”. La mia faccia di stupore lo fece scoppiare in una grassa risata, al che la Maitresse, colei che gestiva il bordello di prostitute di proprietà dello stesso Padre Ralf, si avvicinò a me, richiamata dalla risata del canonico, e mi spiegò che per loro, abituati a usare la vile ascia, passare alla ghigliottina era un enorme salto di qualità.

Scossi la testa, ancora incredulo su quanto la Maitresse mi stesse spiegando, affermando che nel mio paese non usavamo più questi strumenti, che le nostre leggi erano diverse e non uccidevamo più le persone, ma semmai i condannati erano in carcere, dove avrebbero potuto anche imparare un mestiere. Bah-Hag-Ash, una delle ragazze del bordello, che accompagnava Maitresse nella giornata di “festa”, si avvicinò a me, e con il suo solare e gioioso tono mi spiegò che loro non uccidevano, ma si limitavano a tagliare le mani o i piedi.

La mia espressione nel viso continuava ad essere tra l’incredulo e lo stupore… così tanto diversa era la mentalità di questo strano e buffo paese. Chiesi allora a Bah-Hag-Ash di quale peccato si erano macchiati i condannati e lei mi spiegò che erano due guardie reali i destinatari di quel marchingegno, a cui sarebbero state tagliate le loro mani perché avevano catturati due ladruncoli, scoprendo solo diversi giorni dopo che costoro erano amici di vecchia data del Bifronte, il quale, su tutte le furie, non accettò alcun sentire e condannò speditamente i suoi servitori al triste destino di moncare gli arti, rei di aver osato interferire con gli affari dei suoi amici.

Non vi nascondo, amici che mi leggete, che quella loro strana giustizia mi lasciava alquanto perplesso, ma non volli approfondire né chiedere ad altri, sfruttando ancora quel poco di buona considerazione che godevo nel paese, per non vedermi poi a mia volta calcare quelle assi che, da lì a pochi momenti, avrebbero visto due povere guardie subìre l’amputazione di entrambe le loro mani, ree di aver svolto quello che, ai nostri occhi, è il lavoro giusto: acciuffare i ladri.

Non mi attardai a rimanere in quel luogo vociante, l’idea di veder in uso la ghigliottina mi faceva venire i brividi alla schiena, perciò salutai i miei interlocutori, che come sempre non si degnarono di ricambiare il saluto (non ero ben visto da tutti, lo scoprii poi qualche anno dopo), intenti e concentrati a osannare il Bifronte che, da un lato del patibolo, stava leggendo una pergamena passatagli dall’Orbo, dove rammentava i “peccati” commessi dalle due guardie e che, per tante tante ragioni, erano state condannate alla pena.

I leccaterga, accalcati nella piazza, festosi e gioviali, come tanti automi, facevan festa di quella occasione, inconsapevoli che, se il Bifronte avesse avuto la luna di traverso, sarebbe stato capace di duplicare quella condanna anche verso di loro!

Ma a Oroskìa, in questo strano paese, funziona proprio così: una guardia che acciuffa i ladri rischia entrambe le mani se i ladri sono gli amici del monarca!

Alla prossima avventura!