
“Mai sottovalutare la potenza di un segretario”

“Mai sottovalutare la potenza di un segretario”
Intervento di un amico su Facebook.
Analisi più che corretta che condivido più che volentieri, pur con la totale consapevolezza che i destroidi del cazzo, i razzisti non capiranno niente di ciò che è riportato, ma credo sia utile a tanti altri
“Ieri sotto i post sulla strage di Pasqua ho letto gente esultare. Cuoricini sulle bare. “Meno uno” sotto la foto di un gommone capovolto. Questo post è per voi. Non per convertirvi, non ci credo. Ma perché almeno sappiate di che cazzo state parlando.1. Non puoi fermare l’immigrazione.Non ci riesce l’Australia con un oceano, non ci riescono gli USA con un muro, non ci riesce l’Europa con i miliardi alla Libia. Puoi gestirla, regolarla, renderla meno mortale. Fermarla no. Chi ti dice il contrario ti sta vendendo una bugia perché gli serve il tuo voto.2. Non sei responsabile per chi muore in mare.Come non lo sei di un terremoto. Ma puoi contribuire a salvare chi partirà domani, pretendendo che chi governa faccia il suo cazzo di lavoro invece dei video su Instagram.3. Non sono “africani”.I sopravvissuti di ieri vengono da Pakistan, Bangladesh, Egitto. Metà non aveva mai visto l’Africa prima di arrivarci. Quando dici “quelli” pensando a un blocco unico di gente uguale, stai semplificando una cosa enorme per non doverla capire.4. Non possono “prendere l’aereo”.Per salire su un aereo ti serve un visto. Per un visto ti servono documenti, passaporto valido, conto in banca, ambasciata funzionante. Un eritreo che scappa dalla leva militare (che è praticamente una condanna a morte) non ha niente di tutto questo. Non esiste uno sportello. Non esiste un “modo giusto”. Esiste solo un trafficante con un gommone.5. I migranti vengono truffati.I trafficanti ti dicono che la barca è sicura, che per te c’è un bel lavoro in Italia, che ci vogliono poche ore, che qualcuno ti aspetta a braccia aperte dall’altra parte. Ti fanno pagare da 400 a 3.000 euro. Poi ti caricano in 110 su un legno di 12 metri. In Libia ci sono trafficanti che si spacciano per operatori dell’ONU ai punti di sbarco. Lo ha denunciato l’UNHCR. Non è disperazione romantica. È una truffa con il cadavere come ricevuta.6. Partono dalla Libia perché la Libia è un buco nero.Dopo Gheddafi è uno stato fallito. L’ONU lo chiama “modello d’affari basato sullo sfruttamento sistematico”: torture, schiavitù, violenza sessuale, estorsione. Le persone intercettate in mare dalla Guardia costiera libica spariscono dai registri. Vengono rivendute, s*prate, rimesse nei centri. Chi sale su quei barconi non è stupido. Restare è peggio.7. Sai come si muore nel Mediterraneo?In un gommone da 12 metri con 80 persone sopra, il fondo si riempie d’acqua e benzina. La miscela brucia la pelle e le mucose. Il motore si spegne, il gommone si sgonfia. L’ipotermia ti spegne in poche ore: ti addormenti e non ti svegli. Chi ti sta accanto pensa che stai dormendo. Cinque giorni fa 19 persone sono morte così. Un bambino di un anno è stato trovato in braccio a una donna che non era sua madre. Sua madre era uno dei cadaveri.8. Loro muoino nella “zona SAR”. Sai cos’è? Te lo dico in 30 secondi.Il Mediterraneo è diviso in zone di soccorso. La Libia si è presa una zona enorme ma non ha i mezzi per soccorrere nessuno, e riportare le persone lì equivale a riconsegnarle ai loro aguzzini. Risultato: la gente affonda in un pezzo di mare che sulla carta ha un padrone e nella realtà non ha nessuno.9. Chi arriva è devastato.Secondo Medici Senza Frontiere il 60% dei migranti arrivati in Italia ha sintomi di disagio mentale. Il 42% ha stress post-traumatico. Hanno attraversato il deserto, sono stati detenuti, picchiati, s*prati, hanno visto morire gente accanto a loro, e poi hanno passato giorni in mare tra i cadaveri. Quando sbarcano non sono “risorse” e non sono “clandestini”. Sono esseri umani col cervello in frantumi. E il sistema di accoglienza non ha neanche gli psicologi per guardarli in faccia.10. Non ti rubano il lavoro. Ti pagano la pensione.Lo so che questa frase ti sta sul cazzo. Ma non è “di sinistra”, è dell’INPS. I lavoratori stranieri versano 54 miliardi di contributi e ne ricevono 10 in prestazioni. Saldo positivo: 44 miliardi. In un paese dove il rapporto lavoratori-pensionati crolla verso l’1 a 1, quei soldi sono l’ossigeno del tuo assegno mensile.11. L’Italia paga la Libia per fermarli. Non funziona.Dal 2017 quasi un miliardo di euro alla Guardia costiera libica. La stessa che il Consiglio di Sicurezza ONU ha sanzionato perché i suoi comandanti sono direttamente coinvolti nel traffico di esseri umani. Noi li addestriamo e gli diamo le motovedette. Nel 2025, 2.185 morti. Nei primi due mesi del 2026, il doppio dell’anno prima. Paghiamo un sistema che non salva nessuno e finanzia chi li ammazza.12. La soluzione NON ESISTE.Chiunque voglia venderti una soluzione semplice a un problema millenario complesso come l’immigrazione ti sta prendendo per il culo. I flussi poi rallentarli giusto un poco con delle misure estremamente severe, ma nel lungo tempo è economicamente insostenibile oltre che essere altamente inefficiente. L’unica cosa che puoi fare se non vuoi dei criminali in casa e potenziare in tutti i modi le misure di integrazione (e non piace alla destra) e diventare severissimo nelle procedure di espulsione (e non piace alla sinistra).In Italia facciamo malissimo entrambe le cose.So che anche se hai letto tutto questo a te non te ne frega un c****, perché il tuo pregiudizio è più forte della tua ragione.Che preferirai continuare a dire slogan senza senso “La Boldrini” o “Renzi” o “La motovedetta”.
Non voglio farti cambiare idea.Però ora lo sai.”
Dal post pubblicato su Twitter da Timostene.
Il sovranismo non è una dottrina politica. È un disturbo relazionale travestito da ideologia. E no, non merita il rispetto che riserviamo alle idee. Perché non è un’idea. È una patologia sociale.
Chi si definisce sovranista compie un gesto preciso: traccia un confine tra sé e l’altro, poi dichiara quel confine sacro. Non negoziabile. Naturale. Il meccanismo è identico a quello del razzismo classico, solo che ha imparato a vestirsi meglio. Cent’anni fa bruciavano croci nei campi del Mississippi con la faccia coperta da un cappuccio bianco. Oggi scrivono “prima gli italiani” nei programmi elettorali, con la cravatta e il sorriso istituzionale. La sostanza non è cambiata: l’altro è una minaccia, certo, ma prima ancora è un inferiore. Qualcuno che vale meno. Il colore della pelle, la religione, le abitudini, la lingua: tutto diventa prova di una gerarchia che il razzista ha bisogno di credere naturale. Non basta escludere. Serve sentirsi sopra. Il razzismo non è solo paura, è un bisogno compulsivo di superiorità. Chi si sente fragile dentro ha bisogno di qualcuno da guardare dall’alto. L’altro va tenuto fuori non perché sia pericoloso, ma perché la sua uguaglianza è insopportabile. L’unica differenza è che oggi pretendono pure di non vergognarsi.
Certo, il sovranismo intercetta bisogni reali. La sicurezza. Il lavoro. La sensazione di non contare nulla nelle decisioni che ti riguardano. Questi bisogni esistono, sono legittimi, e nessuno qui li nega. Il punto è un altro: il sovranismo non li risolve. Li usa. Prende la rabbia di chi è stato abbandonato dalla politica e la devia verso il basso, verso chi sta peggio. Non è una risposta. È una truffa emotiva. Invece di affrontare chi li ha impoveriti, offre un nemico più comodo. Più visibile. Più debole. È la forma più miserabile di codardia politica.
Il pregiudizio etnico non nasce dall’esperienza. Nasce dalla paura. Una paura che precede qualsiasi incontro reale con lo straniero, perché si radica nell’infanzia, nei modelli familiari, nella ripetizione ossessiva di narrazioni che dividono il mondo in “noi” e “loro”. Il razzista non ha conosciuto l’altro e lo ha trovato pericoloso. Il razzista ha deciso che è pericoloso per non doverlo conoscere. È un cortocircuito difensivo, un meccanismo di protezione dell’identità fragile. Chi ha paura di contaminarsi non è forte. È fragilissimo.
Chiamare tutto questo “ignoranza” è riduttivo. Ed è anche un alibi. L’ignoranza si corregge con l’informazione. Qui il meccanismo è diverso: il pensiero razzista opera come una struttura cognitiva chiusa, seleziona solo le informazioni che lo confermano, scarta tutto il resto. Funziona esattamente come un delirio paranoico, con la differenza che è socialmente condiviso. Un delirio individuale lo chiamiamo malattia. Un delirio collettivo lo chiamiamo “opinione politica”, gli diamo spazio nei talk show, lo eleggiamo. Gli stringiamo la mano. Lo trattiamo come un interlocutore legittimo. Questo è lo scandalo vero. Nel 1969 un gruppo di psichiatri afroamericani chiese di classificare il razzismo estremo come disturbo mentale. La risposta fu no: non perché non lo fosse, ma perché era troppo diffuso per deviare dalla norma. In pratica dissero che non era una patologia perché era un’epidemia. Sessant’anni dopo non è cambiato nulla, se non che l’epidemia ha trovato un nome più presentabile. Si chiama sovranismo.
Tra chi vota sovranista c’è anche chi non odia nessuno. C’è l’operaio che ha perso il lavoro e vuole risposte. C’è il pensionato che non capisce più il quartiere in cui è cresciuto. C’è chi sente di non avere voce e sceglie quella che grida più forte. Questa gente non è il nemico. È la prova del fallimento di chi avrebbe dovuto rappresentarla e non l’ha fatto. Il problema non è la loro rabbia. Il problema è chi la cavalca, chi la converte in consenso elettorale e la chiama patriottismo. Il sovranismo politico sa esattamente cosa fa. Prende persone ferite e le arruola in una guerra contro chi non c’entra nulla.
Il sovranismo è paura dell’altro mascherata da politica. La paura dell’altro che precede ogni esperienza è pregiudizio. Il pregiudizio sistematico verso chi è diverso è razzismo. Il sovranista non “rischia” di essere razzista. Lo è. Per struttura, per funzione, per esito. Il fatto che non se ne renda conto non lo assolve. Lo rende un caso più grave. Perché il razzista che sa di esserlo almeno conosce il proprio male. Il sovranista si crede un patriota. Si crede nel giusto. Si crede dalla parte della storia. È dalla parte della vergogna.
Il razzismo non è un’opinione. Non è un punto di vista. Non è una posizione politica che vale quanto le altre. È qualcosa di cui vergognarsi, punto. Come ci si vergogna della violenza, della vigliaccheria, dell’ignoranza scelta. Chi lo pratica andrebbe trattato per quello che è: non un avversario politico, ma un problema. La vera domanda non è se il sovranismo sia razzismo. È perché continuiamo a fare finta che non lo sia.
Nel paese di Oroskia, su tra i monti e le vallate, gli abitanti vivono, perfetti bifolchi beduini, ignorando e ignorati dal mondo.
I leccaterga sono la casta più importante, devoti e ubbidienti dell’Unico Padrone. La loro principale attività è accondiscendere pedissequamente a tutte le richieste dell’Unico, il monarca imperante.
Poi ci sono quellli che noi potremmo chiamare sguatteri o scudieri, servitori dei leccaterga, la casta più numerosa e più umile, a cui sono demandate tutte le incombenze, dal pulire le stalle con gli spazzolini da denti, fino alla preparazione del pranzo per l’Unico.
Tutti vivono in armonia, tranne nelle occasioni in cui l’Unico decide di uscire dal suo castello e vagare, per qualche settimana, tra le sue proprietà. Gli sguatteri e i leccaterga impazziscono, smaniosi di soddisfare le voglie dell’Unico.
Ci sono capitato per sbaglio tanti tanti tani anni fa… un pomeriggio di primavera, camminando camminando… Sembrava un gran bel posto, gli sguatteri erano cortesi, i leccaterga erano cortesi, l’Unico era cortese. Ci sono tornato diverse volte, mi hanno perfino dato la cittadinanza e il passaporto, ben lieti di avermi loro ospite, io che provenivo dai monti di sotto.
Si, il clima in autunno e in inverno non è dei migliori, la pioggia, la neve e il freddo sono pungenti, ma gli abitanti di Oroskia sono ben lieti di soffrire un po’, purché il loro adorato Unico Padrone sia felice. Poco importa se costui, in segreto, non ne abbia considerazione alcuna, ritenendosi infastidito da tutte quelle vocine stridule adulatorie. Ma loro, senza cervello e senza anima, sono fatti così… adoranti…
La primavera a Oroskia profuma di rape indiane essiccate, di frutta esotica lasciata macerare nell’aceto, dei panni lavati in quello strano intruglio che loro chiamano “sciacqualaqh”, si pronuncia così, vi risparmio la trasposizione nella loro grafia! Come se noi buttassimo in lavatrice un litro di acqua di fogna, con un litro di profumo, felici poi del risultato ottenuto!
D’estate, canti gioiosi tutte le sere, bruciando nei falò le mele secche, perché così l’Unico vuole e loro eseguono obbedienti.
Che bel paese è Oroskia, dove tutti gli umani sono uguali, ma i leccaterga sono più uguali degli altri.
Vi racconterò le mie disavventure, sono sicuro che anche voi sarete invogliati a venire a visitare questo meraviglioso paese!

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Siamo praticamente arrivati alla fine di questo 2025.
Di già!
Un anno letteralmente volato via… con il tempo che pare esser fuggito via sulle ali di una grande aquila…
Un anno di alti e bassi, di successi e delusioni, di tradimenti e colpi bassi. Ma d’altra parte, il mondo è pieno di porci e di scrofe, animali nobilissimi che, però, nel mio caso assumono figure umanoidi di squallidi personaggi che, nella loro infima e tetra vita, intendono vivere offendendo e infangando la buona reputazione delle persone a fianco a loro, non potendo eguagliarle o, ancor più difficile, raggiungere certi livelli culturali e sociali.
Un anno di piccole conquiste e addii.
Ma si stringono forte i denti e si va avanti.
Proseguendo la linea di crescita, sempre, avanti.
Per aspera ad astra.