Il sovranismo come sintomo

Dal post pubblicato su Twitter da Timostene.

Il sovranismo non è una dottrina politica. È un disturbo relazionale travestito da ideologia. E no, non merita il rispetto che riserviamo alle idee. Perché non è un’idea. È una patologia sociale.

Chi si definisce sovranista compie un gesto preciso: traccia un confine tra sé e l’altro, poi dichiara quel confine sacro. Non negoziabile. Naturale. Il meccanismo è identico a quello del razzismo classico, solo che ha imparato a vestirsi meglio. Cent’anni fa bruciavano croci nei campi del Mississippi con la faccia coperta da un cappuccio bianco. Oggi scrivono “prima gli italiani” nei programmi elettorali, con la cravatta e il sorriso istituzionale. La sostanza non è cambiata: l’altro è una minaccia, certo, ma prima ancora è un inferiore. Qualcuno che vale meno. Il colore della pelle, la religione, le abitudini, la lingua: tutto diventa prova di una gerarchia che il razzista ha bisogno di credere naturale. Non basta escludere. Serve sentirsi sopra. Il razzismo non è solo paura, è un bisogno compulsivo di superiorità. Chi si sente fragile dentro ha bisogno di qualcuno da guardare dall’alto. L’altro va tenuto fuori non perché sia pericoloso, ma perché la sua uguaglianza è insopportabile. L’unica differenza è che oggi pretendono pure di non vergognarsi.

Certo, il sovranismo intercetta bisogni reali. La sicurezza. Il lavoro. La sensazione di non contare nulla nelle decisioni che ti riguardano. Questi bisogni esistono, sono legittimi, e nessuno qui li nega. Il punto è un altro: il sovranismo non li risolve. Li usa. Prende la rabbia di chi è stato abbandonato dalla politica e la devia verso il basso, verso chi sta peggio. Non è una risposta. È una truffa emotiva. Invece di affrontare chi li ha impoveriti, offre un nemico più comodo. Più visibile. Più debole. È la forma più miserabile di codardia politica.

Il pregiudizio etnico non nasce dall’esperienza. Nasce dalla paura. Una paura che precede qualsiasi incontro reale con lo straniero, perché si radica nell’infanzia, nei modelli familiari, nella ripetizione ossessiva di narrazioni che dividono il mondo in “noi” e “loro”. Il razzista non ha conosciuto l’altro e lo ha trovato pericoloso. Il razzista ha deciso che è pericoloso per non doverlo conoscere. È un cortocircuito difensivo, un meccanismo di protezione dell’identità fragile. Chi ha paura di contaminarsi non è forte. È fragilissimo.

Chiamare tutto questo “ignoranza” è riduttivo. Ed è anche un alibi. L’ignoranza si corregge con l’informazione. Qui il meccanismo è diverso: il pensiero razzista opera come una struttura cognitiva chiusa, seleziona solo le informazioni che lo confermano, scarta tutto il resto. Funziona esattamente come un delirio paranoico, con la differenza che è socialmente condiviso. Un delirio individuale lo chiamiamo malattia. Un delirio collettivo lo chiamiamo “opinione politica”, gli diamo spazio nei talk show, lo eleggiamo. Gli stringiamo la mano. Lo trattiamo come un interlocutore legittimo. Questo è lo scandalo vero. Nel 1969 un gruppo di psichiatri afroamericani chiese di classificare il razzismo estremo come disturbo mentale. La risposta fu no: non perché non lo fosse, ma perché era troppo diffuso per deviare dalla norma. In pratica dissero che non era una patologia perché era un’epidemia. Sessant’anni dopo non è cambiato nulla, se non che l’epidemia ha trovato un nome più presentabile. Si chiama sovranismo.

Tra chi vota sovranista c’è anche chi non odia nessuno. C’è l’operaio che ha perso il lavoro e vuole risposte. C’è il pensionato che non capisce più il quartiere in cui è cresciuto. C’è chi sente di non avere voce e sceglie quella che grida più forte. Questa gente non è il nemico. È la prova del fallimento di chi avrebbe dovuto rappresentarla e non l’ha fatto. Il problema non è la loro rabbia. Il problema è chi la cavalca, chi la converte in consenso elettorale e la chiama patriottismo. Il sovranismo politico sa esattamente cosa fa. Prende persone ferite e le arruola in una guerra contro chi non c’entra nulla.

Il sovranismo è paura dell’altro mascherata da politica. La paura dell’altro che precede ogni esperienza è pregiudizio. Il pregiudizio sistematico verso chi è diverso è razzismo. Il sovranista non “rischia” di essere razzista. Lo è. Per struttura, per funzione, per esito. Il fatto che non se ne renda conto non lo assolve. Lo rende un caso più grave. Perché il razzista che sa di esserlo almeno conosce il proprio male. Il sovranista si crede un patriota. Si crede nel giusto. Si crede dalla parte della storia. È dalla parte della vergogna.

Il razzismo non è un’opinione. Non è un punto di vista. Non è una posizione politica che vale quanto le altre. È qualcosa di cui vergognarsi, punto. Come ci si vergogna della violenza, della vigliaccheria, dell’ignoranza scelta. Chi lo pratica andrebbe trattato per quello che è: non un avversario politico, ma un problema. La vera domanda non è se il sovranismo sia razzismo. È perché continuiamo a fare finta che non lo sia.

30 anni

Ebbene si, ho raggiunto la fatidica tappa di 30 anni di patente!

Correva l’anno 1995: l’anno prima, il grande salto dall’ITC Marchi all’ITC Forti, l’acquisto del mio primo computer (Olivetti) e un’intera estate passata a studiare 3 materie per un’esame di integrazione… ma quell’estate si preannunciava come l’arrivo della tanto agognata striscia rosa di carta!

Un’estate di guide, test, ancora guide, sulla Punto incidentata del mitico Angiolle! Di scorribande, con lui al fianco, per mezza provincia di Pistoia (anche se poi abbiamo sconfinato più volte, ma vabbè… lui era così!).

E sul finire di ottobre, il 25 per l’esattezza, il cuore che martellava, le mani sudaticce, lingua felpata, il terrore dell’ing. sadica che, quando si dice la fortuna!, sapevamo essere la nostra esaminatrice… faceva più morti della guerra! Si raccontava di esami estenuanti, con prove massacranti e bocciature clamorose!!

Insomma, in quella giornata di fine ottobre, nel 1995, raggiunsi finalmente quel traguardo: la patente di guida cat. B.

Quella che poi persi nel 1999, con denuncia di smarrimento, richiesta di duplicato, sempre con quel “lenzuolo” di carta rosa. Quella di plastica, arriverà anni dopo…

30 anni. Si va avanti. Olè!

Giornata della Memoria 2018

SE QUESTO E’ UN UOMO

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

Dedicato a tutti coloro che, ieri come oggi, non voglio guardare il mondo.
Dedicato a coloro che soffiano sulla paura del popolo contro il diverso, l’estraneo.
Dedicato a coloro che inneggiano al fascismo, al nazifascismo, a coloro che dicono che il Duce Mussolini ha fatto anche cose buone.
Dedicato alla gente che soffoca la libertà degli altri con la propria libertà.
Dedicato a chi non vuol guardare, ascoltare, ricordare che siamo stati in dittatura e che Primo Levi ne fu un testimone.
Dedicato a chi rinnega la Storia e gli orrori che noi uomini abbiamo osato scolpire nel nostro percorso sulla terra.

Dedicato a tutti quei ragazzi, i ragazzi del ’99, che si sono sacrificati per darci la libertà, la democrazia, un futuro.

Chi rinnega tutto ciò, non merita che il disprezzo e la compassione.

Invito della Follia

6c38823693368b1c16854adc158085f7La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei. Dopo il caffè, la Follia propose:
“Si gioca a nascondino?”.
“Nascondino? Che cos’è?” – domandò la Curiosità.
“Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò
sarà il prossimo a contare”.
Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
La Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo d’alberi.
La Gioia corse in mezzo al giardino.
La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi.
L’ Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso.
La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era gia a novantanove.
“CENTO! – gridò la Follia – Comincerò a cercare.”
La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto.
E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.
Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: “Dov’è l’Amore?”.
Nessuno l’aveva visto.
La Follia cominciò a cercarlo.
Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi, sotto le rocce.
Ma non trovò l’Amore.
Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido.
Era l’Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio.
La Follia non sapeva che cosa fare.
Si scusò, implorò l’Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre.
L’Amore accettò le scuse.
Oggi, l’ Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

Ovviamente non è farina del mio sacco, ma stasera mi è tornata sotto mano e ve la ripropongo volentieri!